20
giugno

Essere donna e commerciante in Somalia

Foto di Abdurahman Warsame

Foto di Abdurahman Warsame

In Somalia avevo un banchetto in cui vendevo tè su una strada di passaggio. Mia sorella mi aiutava lavorando con me di sera. Fino a che, nel 2008, un ragazzo del gruppo terrorista di Al-Shabaab mi ha intimato di chiudere il banchetto perché in quanto donna non mi era concesso di svolgere autonomamente un’attività commerciale a contatto con clienti, in particolare con uomini stranieri. Io ho ignorato quest’ordine e ho continuato a vendere tè, ma un giorno verso le otto di sera è arrivato un gruppo di uomini mascherati e armati; hanno dato fuoco al banchetto e c’è stata una sparatoria. Mia sorella è morta sul colpo, io sono rimasta gravemente ferita, tanto che mi hanno creduta morta. Fortunatamente dei ragazzi mi hanno portata all’ospedale dove sono stata ricoverata per 15 giorni; uno di loro mi è stato molto vicino durante il ricovero e quando sono uscita mi ha chiesto di sposarlo. Io ho accettato.

Mio marito gestiva un cinema, dove mi ha dato la possibilità di commerciare tè e questo mi ha permesso di continuare a mantenere la mia famiglia. Avevo ripreso la mia attività commerciale nel cinema da circa una settimana, quando è arrivata una comunicazione scritta a mio marito da parte del gruppo terrorista. Ci informavano di sapere che ero ancora viva. Noi l’abbiamo ignorata, ma cinque giorni dopo, verso mezzanotte, il gruppo ha fatto incursione nel cinema. Io sono riuscita a scappare, ma mio marito no; l’hanno colpito fino a fargli perdere i sensi, poi l’hanno bendato e portato via. Da quel giorno non l’ho più rivisto, né ho più avuto sue notizie.

Sono scappata dalla Somalia e mi sono diretta verso la Libia, ma sono stata arrestata per immigrazione irregolare. Mi hanno tenuta in carcere per un anno e mezzo circa. Le condizioni igieniche erano pessime e ci davano da mangiare e da bere quando decidevano loro. Ero reclusa con altre 50 donne in una grande stanza, c’era un unico bagno per tutte. Dormivamo su dei materassi a terra. In carcere mi sono ammalata, ma non ricevevo cure. Avevo una forte irritazione alla pelle.

Una volta fuori dal carcere ho raggiunto Tripoli e mi sono recata nei pressi dell’ambasciata somala. Lì ho conosciuto una ragazza somala che mi ha offerto ospitalità e mi ha aiutata nelle medicazioni perché la mia irritazione alla pelle si era aggravata. Sono rimasta a casa sua fino allo scoppio della guerra, ero malata e l’unica possibilità che mi restava era tentare la fuga in Italia. Mi sono imbarcata con altre 300 persone circa. Per il viaggio non mi hanno fatto pagare nulla. La barca è rimasta 4 giorni in mare, finché non è stata avvistata da un peschereccio italiano che ha chiamato i soccorsi e siamo stati tratti in salvo.

Richiedente asilo somala

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