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	<title>Givemeshelter &#187; Mali</title>
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	<description>Blog sull&#039;accoglienza dei rifugiati e dei richiedenti asilo</description>
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		<title>Scappare per vivere</title>
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		<pubDate>Thu, 29 Jan 2015 09:50:03 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Mio padre era un marabout, ossia un guaritore: cercava di guarire i malati, le persone che soffrivano. Non riceveva soldi da questa attività. Nel mio villaggio c&#8217;erano anche i somà (degli stregoni animisti), persone che lanciavano delle maledizioni sulle altre persone, per farle star male, ovvero facevano il contrario di quello che faceva mio padre.<a class="moretag" href="https://www.givemeshelter.it/scappare-per-vivere/"> Read the full article...</a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_303" style="width: 637px" class="wp-caption alignnone"><a href="http://www.givemeshelter.it/wp-content/uploads/2015/01/Gli-strumenti-del-marabout.-Foto-di-Luca-Bruno.jpg"><img class=" wp-image-303" src="http://www.givemeshelter.it/wp-content/uploads/2015/01/Gli-strumenti-del-marabout.-Foto-di-Luca-Bruno.jpg" alt="Foto di Luca Bruno" width="627" height="420" /></a><p class="wp-caption-text">Foto di Luca Bruno</p></div>
<p>Mio padre era un <em>marabout</em>, ossia un guaritore: cercava di guarire i malati, le persone che soffrivano. Non riceveva soldi da questa attività. Nel mio villaggio c&#8217;erano anche i <em>somà</em> (degli stregoni animisti), persone che lanciavano delle maledizioni sulle altre persone, per farle star male, ovvero facevano il contrario di quello che faceva mio padre. I <em>somà</em> hanno iniziato a minacciarci perché volevano che mio padre smettesse di fare il <em>marabout</em>; lui non aveva nessuna intenzione di cedere alle loro minacce, ma nel 1999 si è ammalato gravemente e poi è morto.<span id="more-302"></span></p>
<p>Pochi giorni dopo è successa una cosa che mi ha fatto capire che nel mio villaggio mi trovavo in pericolo; gli animali che possedevamo (mucche, capre e polli), hanno cominciato a star male e a morire uno dopo l&#8217;altro. Non abbiamo mai capito la causa della loro morte. Sono scappato. Ho lasciato la scuola e sono partito per Bamako dove viveva già mio fratello A..</p>
<p>Dopo due anni, nel 2002, mia sorella C. è morta a causa di una brutta malattia. Da tempo urlava e si agitava, non riusciva a star ferma, non ragionava più. All&#8217;ospedale non trattano questo genere di malattia, danno solo dei calmanti o dei sonniferi. Sempre nel 2002 mio fratello F. è tornato dalla Libia per sposarsi. La sera prima del giorno delle nozze anche lui è stato male e il suo matrimonio è stato annullato. Dopo due giorni è partito e abbiamo perso sue notizie, a oggi ancora non sappiamo che fine abbia fatto.</p>
<p>All&#8217;inizio del 2010 anche mio fratello A., col quale abitavo a Bamako, ha cominciato a stare male, iniziava a sviluppare la stessa malattia che aveva ucciso mia sorella. L’ho portato in ospedale assieme a un amico, gli hanno dato delle medicine per farlo calmare quando gli venivano gli attacchi, ma dopo un mese di agonia è morto.</p>
<p>A quel punto ho deciso di partire per la Libia assieme a mio fratello D. con il quale condividevo l&#8217;inquietudine per la situazione in cui si trovava la mia famiglia. Non ci sentivamo più al sicuro neanche a Bamako. Abbiamo fatto il passaporto e siamo partiti nel gennaio del 2011. Siamo passati da Gao e siamo arrivati alla frontiera con l&#8217;Algeria. Noi avevamo il passaporto e il certificato di vaccinazione, quindi non abbiamo avuto nessun problema quando la polizia di frontiera ci ha controllato i documenti.</p>
<p>Siamo arrivati in Libia dopo una ventina di giorni, abbiamo iniziato a lavorare in una fabbrica, ma dopo un mese dal nostro arrivo è scoppiata la guerra. Un giorno siamo arrivati al lavoro e abbiamo trovato l&#8217;ingresso della fabbrica chiuso. Abbiamo sentito che c&#8217;erano le barche che partivano per l&#8217;Italia e siamo andati verso la spiaggia, dove c&#8217;era un posto in cui i libici venivano a prenderci per farci fare dei lavoretti. In un mese abbiamo accumulato i soldi necessari per potere partire.</p>
<p>Abbiamo pagato 700 dinari per essere imbarcati e abbiamo nascosto i documenti nelle scarpe perché non ci venissero requisiti. Siamo arrivati a Lampedusa senza problemi.</p>
<p>Richiedente asilo maliano</p>
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		<title>La vita difficile di un gombele (albino)</title>
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		<pubDate>Fri, 16 May 2014 14:44:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[givemeshelter_admin]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[La mia vita è stata sempre segnata dal fatto di essere un “gombele”, ovvero un albino. In Mali sulle persone come me si lanciano maledizioni e si fanno tanti tipi di magie. Una su tutte è quella effettuata dalle persone ricche e potenti, o che vogliono diventare ricche e potenti, prendendo parti del corpo dei<a class="moretag" href="https://www.givemeshelter.it/la-vita-difficile-di-un-gombele-albino/"> Read the full article...</a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_43" style="width: 607px" class="wp-caption alignnone"><a href="http://www.givemeshelter.it/wp-content/uploads/2014/05/4052991244_a46a07ee5e_o.jpg"><img class=" wp-image-43" src="http://www.givemeshelter.it/wp-content/uploads/2014/05/4052991244_a46a07ee5e_o.jpg" alt="Foto di IFRC, International Federation of Red Cross and Red Crescent Societies" width="597" height="398" /></a><p class="wp-caption-text">Foto di IFRC, International Federation of Red Cross and Red Crescent Societies</p></div>
<p class="p1">La mia vita è stata sempre segnata dal fatto di essere un “<i>gombele</i>”, ovvero un albino. In Mali sulle persone come me si lanciano maledizioni e si fanno tanti tipi di magie. Una su tutte è quella effettuata dalle persone ricche e potenti, o che vogliono diventare ricche e potenti, prendendo parti del corpo dei <i>gombele</i> per utilizzarli in riti che possono propiziare la riuscita nella vita e il successo. Il rischio di essere rapito o ucciso per le persone come me è sempre presente e fortissimo. <span id="more-42"></span></p>
<p class="p1">Quando avevo 7 anni io e la mia famiglia ci siamo spostati in Costa d’Avorio, per mettermi al sicuro. Per due anni mio padre ha pagato un insegnante che veniva a casa per farmi studiare senza che io fossi costretto a uscire per andare a scuola. Sono rimasto in Costa D’Avorio per 14 anni, fino all’inizio del 2009, quando mio padre e mio fratello sono morti in un incidente stradale. Mia madre ha deciso di ritornare nel nostro villaggio in Mali e di portarmi con lei.</p>
<p class="p1">Dopo pochi giorni dal nostro ritorno, una sera in cui stavamo andando via dall’autostazione dopo una giornata di lavoro, siamo stati assaliti da un gruppo di persone che volevano rapirmi in quanto <i>gombele</i>. Io sono fuggito cercando di scavalcare un muro, nel fare ciò sono caduto e mi sono rotto i denti. Intanto le persone che mi stavano cercando e che volevano rapirmi hanno ucciso il guardiano dell’autostazione pensando che mi avesse aiutato a fuggire e che sapesse dove mi fossi nascosto. La polizia è arrivata subito dopo l’omicidio e ha constatato l’assassinio del guardiano. I poliziotti sapevano che lavoravo nell’autostazione e hanno pensato che io potessi essere uno dei responsabili dell’omicidio del guardiano avvenuto il giorno prima.</p>
<p class="p1">Vista questa mia situazione, il pericolo in cui mi sono trovato e in cui ho fatto vivere anche le persone che mi stavano attorno, ho maturato la decisione di partire dal Mali e di andare in un paese dove essere un <i>gombele</i> non fosse fonte di problemi e di pericolo per la mia persona e per i miei cari. Avevo saputo che in Libia ci sono delle regole meno restrittive sugli ingressi e le permanenze degli stranieri, soprattutto provenienti dall’Africa. Dopo tre giorni dal mio arrivo ho incontrato un libico che mi ha proposto di lavorare nella sua fabbrica di bottiglie d’acqua.</p>
<p class="p1">Dall’ottobre del 2009 fino allo scoppio della guerra, nel febbraio del 2011, ho svolto sempre lo stesso lavoro, ma siccome il conflitto aumentava di intensità il mio capo ha deciso di chiudere la fabbrica. Mi ha proposto di aiutarmi a raggiungere il mio paese. A quel punto gli ho raccontato la mia storia e gli ho spiegato che non potevo tornare in Mali. Mi ha creduto, siccome aveva visto la conseguenza del mio incidente in cui mi sono rotto i denti, e allora mi ha portato verso il mare. Sono rimasto sei giorni sulla spiaggia. C’era una vecchia barca e si dormiva lì dentro. Il mio capo mi portava da mangiare ogni giorno. Inoltre mi aveva dato dei soldi per pagare il viaggio. Una mattina una persona è venuta a dirmi che su una barca c’era un posto libero. Io ho dato i soldi a questa persona, 700 dinari, e mi hanno fatto imbarcare insieme a tantissimi altri. Il viaggio è durato una notte e un giorno, poi siamo arrivati a Lampedusa.</p>
<p class="p1">Richiedente asilo maliano</p>
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