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	<title>Givemeshelter &#187; Memorie</title>
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	<description>Blog sull&#039;accoglienza dei rifugiati e dei richiedenti asilo</description>
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		<title>Scappare per vivere</title>
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		<pubDate>Thu, 29 Jan 2015 09:50:03 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Mio padre era un marabout, ossia un guaritore: cercava di guarire i malati, le persone che soffrivano. Non riceveva soldi da questa attività. Nel mio villaggio c&#8217;erano anche i somà (degli stregoni animisti), persone che lanciavano delle maledizioni sulle altre persone, per farle star male, ovvero facevano il contrario di quello che faceva mio padre.<a class="moretag" href="https://www.givemeshelter.it/scappare-per-vivere/"> Read the full article...</a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_303" style="width: 637px" class="wp-caption alignnone"><a href="http://www.givemeshelter.it/wp-content/uploads/2015/01/Gli-strumenti-del-marabout.-Foto-di-Luca-Bruno.jpg"><img class=" wp-image-303" src="http://www.givemeshelter.it/wp-content/uploads/2015/01/Gli-strumenti-del-marabout.-Foto-di-Luca-Bruno.jpg" alt="Foto di Luca Bruno" width="627" height="420" /></a><p class="wp-caption-text">Foto di Luca Bruno</p></div>
<p>Mio padre era un <em>marabout</em>, ossia un guaritore: cercava di guarire i malati, le persone che soffrivano. Non riceveva soldi da questa attività. Nel mio villaggio c&#8217;erano anche i <em>somà</em> (degli stregoni animisti), persone che lanciavano delle maledizioni sulle altre persone, per farle star male, ovvero facevano il contrario di quello che faceva mio padre. I <em>somà</em> hanno iniziato a minacciarci perché volevano che mio padre smettesse di fare il <em>marabout</em>; lui non aveva nessuna intenzione di cedere alle loro minacce, ma nel 1999 si è ammalato gravemente e poi è morto.<span id="more-302"></span></p>
<p>Pochi giorni dopo è successa una cosa che mi ha fatto capire che nel mio villaggio mi trovavo in pericolo; gli animali che possedevamo (mucche, capre e polli), hanno cominciato a star male e a morire uno dopo l&#8217;altro. Non abbiamo mai capito la causa della loro morte. Sono scappato. Ho lasciato la scuola e sono partito per Bamako dove viveva già mio fratello A..</p>
<p>Dopo due anni, nel 2002, mia sorella C. è morta a causa di una brutta malattia. Da tempo urlava e si agitava, non riusciva a star ferma, non ragionava più. All&#8217;ospedale non trattano questo genere di malattia, danno solo dei calmanti o dei sonniferi. Sempre nel 2002 mio fratello F. è tornato dalla Libia per sposarsi. La sera prima del giorno delle nozze anche lui è stato male e il suo matrimonio è stato annullato. Dopo due giorni è partito e abbiamo perso sue notizie, a oggi ancora non sappiamo che fine abbia fatto.</p>
<p>All&#8217;inizio del 2010 anche mio fratello A., col quale abitavo a Bamako, ha cominciato a stare male, iniziava a sviluppare la stessa malattia che aveva ucciso mia sorella. L’ho portato in ospedale assieme a un amico, gli hanno dato delle medicine per farlo calmare quando gli venivano gli attacchi, ma dopo un mese di agonia è morto.</p>
<p>A quel punto ho deciso di partire per la Libia assieme a mio fratello D. con il quale condividevo l&#8217;inquietudine per la situazione in cui si trovava la mia famiglia. Non ci sentivamo più al sicuro neanche a Bamako. Abbiamo fatto il passaporto e siamo partiti nel gennaio del 2011. Siamo passati da Gao e siamo arrivati alla frontiera con l&#8217;Algeria. Noi avevamo il passaporto e il certificato di vaccinazione, quindi non abbiamo avuto nessun problema quando la polizia di frontiera ci ha controllato i documenti.</p>
<p>Siamo arrivati in Libia dopo una ventina di giorni, abbiamo iniziato a lavorare in una fabbrica, ma dopo un mese dal nostro arrivo è scoppiata la guerra. Un giorno siamo arrivati al lavoro e abbiamo trovato l&#8217;ingresso della fabbrica chiuso. Abbiamo sentito che c&#8217;erano le barche che partivano per l&#8217;Italia e siamo andati verso la spiaggia, dove c&#8217;era un posto in cui i libici venivano a prenderci per farci fare dei lavoretti. In un mese abbiamo accumulato i soldi necessari per potere partire.</p>
<p>Abbiamo pagato 700 dinari per essere imbarcati e abbiamo nascosto i documenti nelle scarpe perché non ci venissero requisiti. Siamo arrivati a Lampedusa senza problemi.</p>
<p>Richiedente asilo maliano</p>
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		<title>La serata di presentazione di Tutta la vita in un foglio &#8211; Memorie di richiedenti asilo</title>
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		<pubDate>Wed, 17 Dec 2014 10:35:57 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Ecco alcune foto della serata di presentazione del libro Tutta la vita in un foglio &#8211; Memorie di richiedenti asilo, che si è tenuta lo scorso 10 dicembre presso Atelier Sì. Ringraziamo i numerosi partecipanti e vi invitiamo a leggere l&#8217;articolo del Redattore Sociale che ha intervistato Sandra Federici, curatrice della pubblicazione assieme a Elisabetta<a class="moretag" href="https://www.givemeshelter.it/la-serata-di-presentazione-di-tutta-la-vita-in-un-foglio-memorie-di-richiedenti-asilo/"> Read the full article...</a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.givemeshelter.it/wp-content/uploads/2014/12/10388631_688728024574379_2900952938249430893_n1.jpg"><img class="alignnone  wp-image-270" src="http://www.givemeshelter.it/wp-content/uploads/2014/12/10388631_688728024574379_2900952938249430893_n1.jpg" alt="Foto di Lai-momo, soc. cooperativa" width="602" height="401" /></a>Ecco alcune foto della serata di presentazione del libro Tutta la vita in un foglio &#8211; Memorie di richiedenti asilo, che si è tenuta lo scorso 10 dicembre presso <a href="http://ateliersi.it/index_it.html" target="_blank">Atelier Sì</a>. Ringraziamo i numerosi partecipanti e vi invitiamo a leggere <a href="http://www.redattoresociale.it/Notiziario/Articolo/475193/Tutta-la-vita-in-un-foglio-53-storie-di-migranti-richiedenti-asilo" target="_blank">l&#8217;articolo del Redattore Sociale</a> che ha intervistato Sandra Federici, curatrice della pubblicazione assieme a Elisabetta Degli Esposti Merli.</p>
<p><a href="http://www.givemeshelter.it/wp-content/uploads/2014/12/10846430_688729537907561_6926128265852346420_n.jpg"><img class="alignnone  wp-image-271" src="http://www.givemeshelter.it/wp-content/uploads/2014/12/10846430_688729537907561_6926128265852346420_n.jpg" alt="Foto di Lai-momo, soc. cooperativa" width="600" height="400" /></a><a href="http://www.givemeshelter.it/wp-content/uploads/2014/12/10857876_688731221240726_4580176048246168870_n.jpg"><img class="alignnone  wp-image-272" src="http://www.givemeshelter.it/wp-content/uploads/2014/12/10857876_688731221240726_4580176048246168870_n.jpg" alt="Foto di Lai-momo, soc. cooperativa" width="601" height="352" /></a></p>
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		<title>Tutta la vita in un foglio – Memorie di richiedenti asilo</title>
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		<pubDate>Tue, 09 Dec 2014 09:35:42 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Domani, mercoledì 10 dicembre, presso Atelier Sì, in via San Vitale 69 a Bologna, verrà presentata alle 18:00 la pubblicazione Tutta la vita in un foglio – Memorie di richiedenti asilo, una selezione di 53 memorie di richiedenti asilo transitati in Italia tra il 2011 e il 2014. Il volume ha lo scopo di mettere<a class="moretag" href="https://www.givemeshelter.it/tutta-la-vita-in-un-foglio-memorie-di-richiedenti-asilo/"> Read the full article...</a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.givemeshelter.it/wp-content/uploads/2014/12/10363505_680143388766176_6723216798268570673_n.png"><img class="alignnone  wp-image-260" src="http://www.givemeshelter.it/wp-content/uploads/2014/12/10363505_680143388766176_6723216798268570673_n.png" alt="10363505_680143388766176_6723216798268570673_n" width="758" height="280" /></a>Domani, mercoledì 10 dicembre, presso <a href="http://ateliersi.it/ateliersi/" target="_blank">Atelier Sì</a>, in via San Vitale 69 a Bologna, verrà presentata alle 18:00 la pubblicazione Tutta la vita in un foglio – Memorie di richiedenti asilo, una selezione di 53 memorie di richiedenti asilo transitati in Italia tra il 2011 e il 2014. Il volume ha lo scopo di mettere davanti agli occhi del lettore alcune storie individuali di persone che sono state costrette a lasciare il proprio Paese per fuggire a situazioni di pericolo per la propria esistenza.<span id="more-259"></span></p>
<p>Le memorie pubblicate sono state raccolte in Provincia di Bologna e appartengono a persone accolte nell’ambito dei progetti SPRAR e di altri progetti di accoglienza (ENA, Mare Nostrum e Step Italy).  Per evitare ogni tipo di riconoscimento, le memorie sono anonime e prive di tutti i dati anagrafici, dei riferimenti a luoghi di nascita molto specifici (piccoli villaggi o quartieri) e delle date esatte di arrivo in Italia.</p>
<p>La pubblicazione è stata co-finanziata nell’ambito di <a href="https://www.facebook.com/Bolognacares?ref=hl" target="_blank">Bologna cares!</a>, la campagna di comunicazione del <a href="http://www.serviziocentrale.it/?ProgettiTerritoriali&amp;i=2&amp;s=4" target="_blank">Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati (SPRAR) del Comune di Bologna</a> e realizzata da: <a href="http://www.aspbologna.it/" target="_blank">ASP Città di Bologna</a>, <a href="http://www.lapiccolacarovana.net/index.php?option=com_content&amp;view=article&amp;id=20&amp;Itemid=110" target="_blank">Consorzio L’Arcolaio</a>, <a href="http://www.laimomo.it/a/index.php/it/" target="_blank">Lai-momo soc. coop.</a>, <a href="http://www.mondodonna-onlus.it/" target="_blank">Associazione MondoDonna onlus</a>, <a href="http://www.coopcamelot.org/" target="_blank">Camelot officine cooperative</a>.</p>
<p>In seguito alla presentazione del volume ci sarà un aperitivo a cura del <a href="http://www.mondodonna-onlus.it/catering.html" target="_blank">catering Altre Terre</a> e la proiezione del <a href="http://www.zalab.org/progetti-it/101/#.VIbABKSG-BI" target="_blank">documentario Come il peso dell’acqua</a>. Qui trovate il<a href="https://www.facebook.com/events/800344506675356/" target="_blank"> programma completo</a> della serata.</p>
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		<title>Un padre “disertore”, una famiglia in fuga</title>
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		<pubDate>Tue, 28 Oct 2014 11:29:00 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Mio marito Y., prima di incontrarmi, ha lavorato nell’esercito sudanese con un contratto di tre anni come militare professionista, dopodiché ha aperto una piccola attività di lavorazione dell’alluminio. Nell’ottobre del 2005 ha ricevuto una lettera di convocazione dall’esercito per essere arruolato in Darfur, ma si è rifiutato di partire e da quel giorno sono iniziati<a class="moretag" href="https://www.givemeshelter.it/un-padre-disertore-una-famiglia-in-fuga/"> Read the full article...</a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_236" style="width: 639px" class="wp-caption alignnone"><a href="http://www.givemeshelter.it/wp-content/uploads/2014/10/Steve-Evans.jpg"><img class=" wp-image-236" src="http://www.givemeshelter.it/wp-content/uploads/2014/10/Steve-Evans.jpg" alt="Foto di Steve Evans" width="629" height="419" /></a><p class="wp-caption-text">Foto di Steve Evans</p></div>
<p>Mio marito Y., prima di incontrarmi, ha lavorato nell’esercito sudanese con un contratto di tre anni come militare professionista, dopodiché ha aperto una piccola attività di lavorazione dell’alluminio. Nell’ottobre del 2005 ha ricevuto una lettera di convocazione dall’esercito per essere arruolato in Darfur, ma si è rifiutato di partire e da quel giorno sono iniziati i nostri problemi. È stato incarcerato moltissime volte, non ricordo nemmeno quante, perché colpevole di avere assunto un comportamento antinazionale. Oltre a incarcerarlo, lo hanno minacciato di morte e hanno sequestrato la piccola fabbrica di alluminio.<span id="more-234"></span></p>
<p>Non eravamo sicuri in Sudan e così abbiamo pensato di trasferirci in Libia da mia madre e mia sorella. Siamo partiti nel febbraio del 2008, io avevo appena scoperto di essere incinta per la seconda volta. Abbiamo viaggiato per quindici giorni nascosti su un grande camion; il viaggio ci è costato circa 1 milione di sterline sudanesi a persona. Al confine con la Libia ci ha fermato la polizia, abbiamo dovuto attendere tre giorni, ma alla fine ci hanno lasciati andare. Dopo quindici giorni siamo arrivati a Tripoli e ci siamo recati a casa di mia madre e mia sorella. Intanto anche la famiglia di mio marito era scappata dal Sudan per ritorsioni nei loro confronti a causa della scelta di Y. di disertare.</p>
<p>Abbiamo vissuto circa sette mesi a Tripoli, ma dopo la nascita della nostra seconda figlia abbiamo deciso di trasferirci a N., una piccola cittadina sulle montagne. Lì mio marito ha ricominciato a lavorare nel settore dell’alluminio, prima come operaio e poi è riuscito ad aprire una piccola attività autonoma. In Libia era facile aprire una fabbrica, bastava possedere i macchinari.</p>
<p>All’inizio del 2011 però, con lo scoppio della guerra, N. è diventato un posto troppo pericoloso, così ci siamo trasferiti di nuovo a Tripoli da mia sorella e a luglio ci siamo imbarcati per scappare. Sulla barca c’erano tantissime persone, quasi 390. Siamo arrivati a Lampedusa dopo un giorno di viaggio. È stato molto faticoso per me che ero incinta e per i bambini. Eravamo seduti per terra e avevamo solo acqua e biscotti.</p>
<p>Richiedente asilo sudanese</p>
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		<title>Costretto a fuggire per avere detto “no”</title>
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		<pubDate>Thu, 21 Aug 2014 12:13:12 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[È necessario spiegare che in Burkina Faso un uomo può chiedere alla famiglia di sua madre una donna da offrire in sposa a un suo nipote (figlio di un fratello). Mio zio trovò una donna della sua famiglia che accettò di proporsi come mia sposa. Io rifiutai perché non era mia intenzione sposarmi in quel<a class="moretag" href="https://www.givemeshelter.it/costretto-a-fuggire-per-avere-detto-no/"> Read the full article...</a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_205" style="width: 637px" class="wp-caption alignnone"><a href="http://www.givemeshelter.it/wp-content/uploads/2014/08/Foto-di-nyhao.jpg"><img class=" wp-image-205" src="http://www.givemeshelter.it/wp-content/uploads/2014/08/Foto-di-nyhao.jpg" alt="Foto di nyhao" width="627" height="418" /></a><p class="wp-caption-text">Foto di nyhao</p></div>
<p>È necessario spiegare che in Burkina Faso un uomo può chiedere alla famiglia di sua madre una donna da offrire in sposa a un suo nipote (figlio di un fratello). Mio zio trovò una donna della sua famiglia che accettò di proporsi come mia sposa. Io rifiutai perché non era mia intenzione sposarmi in quel momento. Mio zio accolse il mio rifiuto come un’offesa nei suoi confronti. Una mancanza di rispetto, un’umiliazione. Essendo lui il capofamiglia, fui cacciato di casa. Chiesi aiuto a mio padre, ma lui non era in grado di rendersi autonomo dalla famiglia e di costruirsi una casa dove trasferirsi con me e con mia madre, quindi mi diede dei soldi per partire. Durante il Ramadan del 2009 mi misi in viaggio per la Libia, dove erano già presenti alcuni parenti che lavoravano a Tripoli.<span id="more-204"></span></p>
<p>Con la guerra iniziarono le difficoltà e le minacce da parte di molti libici. Allora chiamai mio zio in Burkina Faso per chiedere di potere fare rientro. Ricevetti un rifiuto. I miei problemi non lo interessavano. Contattai i miei genitori, mio padre tentò di fare intervenire sulla questione il capo villaggio, ma senza nessun risultato. Non può imporre decisioni su questioni familiari a questo livello. Inoltre nell’anno della mia partenza era scoppiato un conflitto tra il mio villaggio e quello vicino. Siccome è previsto dalla legge del distretto un unico capo per entrambi i villaggi che sono adiacenti, la lotta si era scatenata per avere un proprio rappresentante a capo di entrambi. Gli scontri si moltiplicavano e non c’era sicurezza per le strade. Questo problema è ancora in corso. Il capo villaggio eletto non è stato accettato dall’altra parte e ciò provoca tensioni tra gli abitanti. Per queste ragioni m’imbarcai per l’Italia come fecero altri miei parenti prima di me. Per il viaggio ho pagato seicento dinari.</p>
<p>Richiedente asilo del Burkina Faso</p>
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		<title>In viaggio per amore, in fuga per non morire</title>
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		<pubDate>Wed, 06 Aug 2014 09:55:13 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Quando è cominciata la guerra i miei genitori mi avevano insegnato a essere sempre pronta a scappare. Un giorno sono tornata a casa e li ho trovati morti. Non sapevo dove andare, ero piccola e sola. Avevo 10 anni. Mi avevano lasciato il numero di uno zio con l’indicazione di chiamarlo in caso di bisogno<a class="moretag" href="https://www.givemeshelter.it/in-viaggio-per-amore-in-fuga-per-non-morire/"> Read the full article...</a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_196" style="width: 601px" class="wp-caption alignnone"><a href="http://www.givemeshelter.it/wp-content/uploads/2014/08/foto-di-Handirubvi-Wakatama.jpg"><img class=" wp-image-196" src="http://www.givemeshelter.it/wp-content/uploads/2014/08/foto-di-Handirubvi-Wakatama-682x1024.jpg" alt="Foto di Handirubvi Wakatama" width="591" height="887" /></a><p class="wp-caption-text">Foto di Handirubvi Wakatama</p></div>
<p>Quando è cominciata la guerra i miei genitori mi avevano insegnato a essere sempre pronta a scappare. Un giorno sono tornata a casa e li ho trovati morti. Non sapevo dove andare, ero piccola e sola. Avevo 10 anni. Mi avevano lasciato il numero di uno zio con l’indicazione di chiamarlo in caso di bisogno e così mi sono rivolta a lui che mi ha presa a vivere con la sua famiglia. I problemi sono iniziati fin da subito: mi obbligava a vendere l’acqua dentro sacchetti di plastica, non mi faceva più andare a scuola e non mi dava le cure quando ero ammalata. Mio cugino mi vedeva soffrire e così un giorno ha rubato dei soldi a suo padre e me li ha dati dicendomi di andare via.<span id="more-195"></span></p>
<p>Ho raggiunto la sorella di mia madre in Ghana. Mi ha accolta come una figlia, mi dava cibo e vestiti, ma purtroppo non aveva molti soldi e non mi poteva pagare gli studi che avrei voluto riprendere. Un giorno si è gravemente ammalata e aveva bisogno di cure mediche molto costose. Io avevo ancora i soldi che mi aveva dato mio cugino e così le ho offerto il mio denaro. Mia zia ha ricevuto le cure ed è guarita. All’età di 17 anni circa, quando stavo imparando il mestiere di parrucchiera, ho conosciuto il mio attuale marito. Lui voleva andarsene dal Ghana perché aveva avuto problemi personali e così è partito per la Libia dove è riuscito a trovare un lavoro come intonacatore e voleva che lo raggiungessi.</p>
<p>Dopo circa un mese sono riuscita a partire verso il Niger. Viaggiavo su un camion enorme con una cinquantina di persone. Un gruppo di ragazzi vestiti come dei poliziotti ci ha fermato, volevano assaltare il camion. Cercavano denaro. Hanno picchiato gli uomini e hanno detto alle donne di sdraiarsi per terra, dopodiché ci hanno chiesto se avevamo dei soldi e chi ha negato è stato perquisito. Quelli che avevano mentito sono stati picchiati violentemente. Io ho rischiato e ho detto di non avere nulla con me, invece avevo nascosto il denaro tra i capelli, ma fortunatamente non l’hanno trovato. A due uomini hanno dato da bere acqua e farina per farli defecare, sapevano che potevano avere ingerito i soldi e infatti li hanno trovati tra le feci. Li hanno decapitati perché avevano cercato di ingannarli.</p>
<p>Quando finalmente sono riuscita ad arrivare in Libia dal mio attuale marito abbiamo trascorso qualche anno felice, ma allo scoppio della guerra siamo dovuti scappare. Abbiamo preso una barca con altre 280 persone circa, io ero incinta e mi trovavo nella parte sotto della barca dove entrava acqua. Mi sono salvata anche se ho perso molto sangue. Quando ho fatto il primo foto-segnalamento stavo male: sono collassata.</p>
<p>Richiedente asilo nigeriana</p>
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		<title>Fuggire dalla violenza che è in seno alla famiglia</title>
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		<pubDate>Thu, 17 Jul 2014 13:41:48 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Un giorno di “careme” (quaresima) ero stato invitato a casa di mia sorella e vidi suo marito che la picchiava. Io allora cercai di bloccarlo, intanto mia sorella prese un bastone e lo colpì alla testa, uccidendolo. Mia sorella riuscì a fuggire, ma io fui preso dai familiari di suo marito che mi reclusero dentro<a class="moretag" href="https://www.givemeshelter.it/fuggire-dalla-violenza-che-e-in-seno-alla-famiglia/"> Read the full article...</a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_171" style="width: 647px" class="wp-caption alignnone"><a href="http://www.givemeshelter.it/wp-content/uploads/2014/07/Neil-Moralee.jpg"><img class=" wp-image-171" src="http://www.givemeshelter.it/wp-content/uploads/2014/07/Neil-Moralee.jpg" alt="Foto di Neil Moralee" width="637" height="511" /></a><p class="wp-caption-text">Foto di Neil Moralee</p></div>
<p>Un giorno di <em>“careme”</em> (quaresima) ero stato invitato a casa di mia sorella e vidi suo marito che la picchiava. Io allora cercai di bloccarlo, intanto mia sorella prese un bastone e lo colpì alla testa, uccidendolo. Mia sorella riuscì a fuggire, ma io fui preso dai familiari di suo marito che mi reclusero dentro a una stanza. Nel mio villaggio la polizia non viene quasi mai chiamata, se si può ci si fa giustizia da soli. Ho ragione di credere che la famiglia di mio cognato mi volesse fare del male o addirittura che volesse uccidermi. Fortunatamente il fratello di mio cognato mi liberò di nascosto e mi portò con la sua moto fuori dal villaggio. Mi era molto amico perché andavamo a scuola assieme e mio padre ci dava sempre un po’ di soldi.<span id="more-170"></span></p>
<p>Fuggii senza documenti a bordo di un camion fino ad Aghadez, in Niger. Non avevo denaro e dormivo all’aperto. Riuscii a guadagnare qualcosa vendendo l’acqua e con quei soldi pagai un autobus che mi portò in Libia. Una volta arrivato a Sabha però, scoprii che l’autista era d’accordo con un uomo libico che mi trattenne a casa sua assieme ad altre persone. Ci nutriva a malapena, ci picchiava e minacciava di non lasciarci andare fino a quando qualcuno dei nostri parenti non avesse pagato una cauzione. Dopo sei mesi di reclusione fui liberato. Trovai un camion che mi portò a Tripoli, dove lavorai prima come coltivatore, poi in un supermercato come tuttofare. Nel frattempo mi raggiunse il fratello di mio cognato che era discriminato dalla famiglia per avermi liberato e venne a lavorare con me.</p>
<p>Quando scoppiò la guerra il padrone del supermercato fuggì. Noi ci incamminammo per raggiungere la Tunisia, ma a un certo punto i militari avevano bloccato le strade; ci misero in una stanza e dopo qualche giorno ci fecero salire su una barca. Non ne conoscevamo la destinazione. Il viaggio durò quattro giorni. Durante il viaggio il mio amico si buttò dalla barca per la disperazione. So che la sua famiglia mi reputa colpevole della sua morte. In Benin ho solo mio zio, ma la famiglia di mio cognato ancora mi cerca per vendicarsi. Anche se mi rivolgessi alla polizia non sarei protetto, dato che loro troverebbero il modo di farmi del male anche con il “vodun”, che nel mio villaggio è spesso utilizzato da persone non istruite come loro.</p>
<p>Richiedente asilo del Benin</p>
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		<title>In viaggio verso la libertà</title>
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		<pubDate>Fri, 11 Jul 2014 08:32:47 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[In Ghana esistono dei re Asante, uno principale e altri minori (capi). Hanno degli schiavi che chiamano “sheeps” (pecore). Mia madre era una schiava. Alla morte di un re è consuetudine offrire in sacrificio alcuni schiavi perché vengano sepolti assieme a lui. Mia madre fu scelta per essere sacrificata, ma fu salvata da una regina<a class="moretag" href="https://www.givemeshelter.it/in-viaggio-verso-la-liberta/"> Read the full article...</a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_167" style="width: 629px" class="wp-caption alignnone"><a href="http://www.givemeshelter.it/wp-content/uploads/2014/07/Ghana.jpg"><img class=" wp-image-167" src="http://www.givemeshelter.it/wp-content/uploads/2014/07/Ghana.jpg" alt="Foto di Hailey E. Herrera" width="619" height="411" /></a><p class="wp-caption-text">Foto di Hailey E. Herrera</p></div>
<p>In Ghana esistono dei re Asante, uno principale e altri minori (capi). Hanno degli schiavi che chiamano “sheeps” (pecore). Mia madre era una schiava. Alla morte di un re è consuetudine offrire in sacrificio alcuni schiavi perché vengano sepolti assieme a lui. Mia madre fu scelta per essere sacrificata, ma fu salvata da una regina che la vide particolarmente umile e s’impietosì. Poco dopo mia madre rimase incinta di me. Non so chi fosse mio padre. Mia madre morì quando avevo un anno e mezzo a causa di emorragie. È la donna che la salvò dal venire sacrificata che si occupò di me. Mi portò in una fattoria di sua proprietà. Fino ai quattordici anni rimasi lì, dove imparai a fare il carpentiere. A quel punto mi reclamarono come servo nel mio villaggio.<span id="more-166"></span></p>
<p>Mia madre aveva supplicato la regina di farmi crescere libero e quest’ultima lo promise. La regina mi diede i soldi per viaggiare e mi mise in contatto con una persona che mi avrebbe portato in Libia, perché considerato un posto sicuro e lontano. Vi arrivai nel settembre del 1997. All’ingresso in Libia mi chiesero la “patacca” per entrare. Siccome ne ero sprovvisto, mi arrestarono. In carcere erano praticate continuamente delle torture. Ci picchiavano prima di darci da mangiare e il cibo spesso non era sufficiente. Eravamo stipati in tanti in una stanza senza il bagno.</p>
<p>Dopo un anno di carcere ci deportarono nel deserto del Niger in centocinquanta. Tutti stranieri africani. Nel deserto ci lasciarono liberi senza darci né acqua, né cibo. Uno dei soldati era nero e io lo implorai per avere dell’acqua. Me ne diede una bottiglia e mi disse di non andare nella direzione del Niger, ma di tornare in direzione della Libia aggirando una montagna e passando accanto al campo militare approfittando del buio e della notte. Ci muovemmo in piccoli gruppi e camminammo tutta la notte. Alcune persone, le più deboli, morirono nel deserto.</p>
<p>Arrivammo a Bagarat alle sei del mattino, dove trovai altri ghanesi che portarono me e altri due a Tripoli. Per circa un anno vissi con altri ghanesi che mi insegnarono il lavoro di muratore. Lavorando conobbi un libico il quale mi volle in casa a servizio e mi accolse come parte della sua famiglia. Quando la guerra iniziò mi disse che la cosa più sicura per me che venivo dall’Africa subsahariana era partire per l’Italia. Io avevo paura del mare. Gli dissi che non volevo partire perché non conoscevo nessuno in Italia, ma un giorno una bomba cadde vicino a casa nostra e dopo questo fatto cambiai idea. Arrivammo in Italia grazie all’aiuto di una nave militare italiana che ci soccorse. Nella nostra barca l’acqua entrava da tutte le parti e il pilota aveva smarrito la rotta.</p>
<p>Richiedente asilo ghanese</p>
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		<title>Essere donna e commerciante in Somalia</title>
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		<pubDate>Fri, 20 Jun 2014 07:07:27 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[immigrazione femminile]]></category>
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		<description><![CDATA[In Somalia avevo un banchetto in cui vendevo tè su una strada di passaggio. Mia sorella mi aiutava lavorando con me di sera. Fino a che, nel 2008, un ragazzo del gruppo terrorista di Al-Shabaab mi ha intimato di chiudere il banchetto perché in quanto donna non mi era concesso di svolgere autonomamente un’attività commerciale<a class="moretag" href="https://www.givemeshelter.it/essere-donna-e-commerciante-in-somalia/"> Read the full article...</a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_155" style="width: 649px" class="wp-caption alignnone"><a href="http://www.givemeshelter.it/wp-content/uploads/2014/06/Donna-somala-foto-di-Abdurahman-Warsame.jpg"><img class=" wp-image-155" src="http://www.givemeshelter.it/wp-content/uploads/2014/06/Donna-somala-foto-di-Abdurahman-Warsame.jpg" alt="Foto di Abdurahman Warsame" width="639" height="958" /></a><p class="wp-caption-text">Foto di Abdurahman Warsame</p></div>
<p>In Somalia avevo un banchetto in cui vendevo tè su una strada di passaggio. Mia sorella mi aiutava lavorando con me di sera. Fino a che, nel 2008, un ragazzo del gruppo terrorista di Al-Shabaab mi ha intimato di chiudere il banchetto perché in quanto donna non mi era concesso di svolgere autonomamente un’attività commerciale a contatto con clienti, in particolare con uomini stranieri. Io ho ignorato quest’ordine e ho continuato a vendere tè, ma un giorno verso le otto di sera è arrivato un gruppo di uomini mascherati e armati; hanno dato fuoco al banchetto e c’è stata una sparatoria. Mia sorella è morta sul colpo, io sono rimasta gravemente ferita, tanto che mi hanno creduta morta. Fortunatamente dei ragazzi mi hanno portata all’ospedale dove sono stata ricoverata per 15 giorni; uno di loro mi è stato molto vicino durante il ricovero e quando sono uscita mi ha chiesto di sposarlo. Io ho accettato.<span id="more-154"></span></p>
<p>Mio marito gestiva un cinema, dove mi ha dato la possibilità di commerciare tè e questo mi ha permesso di continuare a mantenere la mia famiglia. Avevo ripreso la mia attività commerciale nel cinema da circa una settimana, quando è arrivata una comunicazione scritta a mio marito da parte del gruppo terrorista. Ci informavano di sapere che ero ancora viva. Noi l’abbiamo ignorata, ma cinque giorni dopo, verso mezzanotte, il gruppo ha fatto incursione nel cinema. Io sono riuscita a scappare, ma mio marito no; l’hanno colpito fino a fargli perdere i sensi, poi l’hanno bendato e portato via. Da quel giorno non l’ho più rivisto, né ho più avuto sue notizie.</p>
<p>Sono scappata dalla Somalia e mi sono diretta verso la Libia, ma sono stata arrestata per immigrazione irregolare. Mi hanno tenuta in carcere per un anno e mezzo circa. Le condizioni igieniche erano pessime e ci davano da mangiare e da bere quando decidevano loro. Ero reclusa con altre 50 donne in una grande stanza, c’era un unico bagno per tutte. Dormivamo su dei materassi a terra. In carcere mi sono ammalata, ma non ricevevo cure. Avevo una forte irritazione alla pelle.</p>
<p>Una volta fuori dal carcere ho raggiunto Tripoli e mi sono recata nei pressi dell’ambasciata somala. Lì ho conosciuto una ragazza somala che mi ha offerto ospitalità e mi ha aiutata nelle medicazioni perché la mia irritazione alla pelle si era aggravata. Sono rimasta a casa sua fino allo scoppio della guerra, ero malata e l’unica possibilità che mi restava era tentare la fuga in Italia. Mi sono imbarcata con altre 300 persone circa. Per il viaggio non mi hanno fatto pagare nulla. La barca è rimasta 4 giorni in mare, finché non è stata avvistata da un peschereccio italiano che ha chiamato i soccorsi e siamo stati tratti in salvo.</p>
<p>Richiedente asilo somala</p>
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		<title>In fuga dalla “madama” per non essere prostituita</title>
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		<pubDate>Fri, 13 Jun 2014 07:00:11 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[madamato]]></category>
		<category><![CDATA[prostituzione]]></category>
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		<category><![CDATA[vittime di tratta]]></category>

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		<description><![CDATA[Un giorno del 2009 al mio villaggio ci sono stati scontri molto violenti, la gente sparava e mio padre e mio fratello sono rimasti uccisi. Mi sono trovata da sola, non sapevo dove andare, non trovavo mia madre e gli altri miei fratelli. Ho incontrato una signora che mi ha detto di essere tornata dall’Europa<a class="moretag" href="https://www.givemeshelter.it/in-fuga-dalla-madama-per-non-essere-prostituita/"> Read the full article...</a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_131" style="width: 650px" class="wp-caption alignnone"><a href="http://www.givemeshelter.it/wp-content/uploads/2014/06/Madamato-foto-di-frafra2009.jpg"><img class="size-full wp-image-131" src="http://www.givemeshelter.it/wp-content/uploads/2014/06/Madamato-foto-di-frafra2009.jpg" alt="Foto di frafra2009" width="640" height="463" /></a><p class="wp-caption-text">Foto di frafra2009</p></div>
<p>Un giorno del 2009 al mio villaggio ci sono stati scontri molto violenti, la gente sparava e mio padre e mio fratello sono rimasti uccisi. Mi sono trovata da sola, non sapevo dove andare, non trovavo mia madre e gli altri miei fratelli. Ho incontrato una signora che mi ha detto di essere tornata dall’Europa per prestare il suo aiuto alla gente del villaggio dopo avere saputo quello che stava succedendo. Mi ha vista sconvolta e ha promesso che mi avrebbe portato in una città dove avrei potuto lavorare e avere una vita migliore. Mi ripeteva: “Piccola, non ci sono problemi; se sai accudire i bambini devi stare tranquilla, ti faccio lavorare come baby sitter”.<span id="more-130"></span></p>
<p>Siamo partite una mattina in corriera, abbiamo viaggiato due settimane nel deserto per arrivare in Libia, dove la signora mi ha portata in un appartamento di sua proprietà. A quel punto mi ha detto che il lavoro che dovevo fare non era la baby sitter: “Nel lavoro che tu andrai a fare guadagnerai 10.000 dinari al mese e a me darai la metà, farai la prostituta così dopo mi pagherai”. Io ho detto che non volevo, ho iniziato a piangere, ero disperata, ho pregato Dio di trovare una strada buona per me, ho pregato la signora, ma è andata su tutte le furie. Ha smesso di darmi da mangiare e da bere e dopo alcuni giorni ha fatto venire in casa due uomini perché mi violentassero.</p>
<p>Sono riuscita a scappare e fuori per la strada un anziano libico che passava con l’auto si è fermato a soccorrermi. Mi ha detto che un suo amico nigeriano avrebbe potuto aiutarmi e mi ha portata da lui. L’amico nigeriano aveva un negozio di frutta e verdura e appena mi sono ripresa un po’ ho iniziato a lavorarci. Un giorno è venuto al negozio un ragazzo che ha iniziato a corteggiarmi. Con il consenso del mio datore di lavoro abbiamo deciso di conoscerci meglio. Poi è iniziata la guerra. Sono rimasta per un altro mese a vivere con il mio datore di lavoro, poi ho deciso di andare a vivere con il mio ragazzo. Alcuni giorni dopo sono arrivati i soldati e ci hanno portati via con dei camion. Ci hanno lasciati sulla spiaggia, dove c’era una barca. Non abbiamo pagato niente, non ci hanno dato né da bere, né da mangiare. Siamo arrivati in Italia dopo due giorni di viaggio.</p>
<p>Richiedente asilo nigeriana</p>
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